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Bastano le manette?

Aggiornamento: 4 ott 2023

Il Consiglio dei ministri ha da poco varato un pacchetto di provvedimenti sul modello Caivano per contrastare la criminalità minorile e alleviare il disagio delle periferie. L’impressione è che «la criminalità giovanile, si stia diffondendo a macchia d’olio», ammette la premier Meloni. La politica vuole intervenire per contrastare il disagio giovanile, la povertà educativa e la violenza minorile, introducendo sanzioni per dissuadere dal tenere comportamenti contrari alla legge. Non è solo l'urgenza di un momento e neppure una condizione solo italiana. In tutto il mondo occidentale si osserva un’incidenza dei disturbi comportamentali raddoppiata nell’ultimo decennio. Questa emergenza può diventare però l’occasione per una riflessione più puntuale sullo snodo adolescenziale che possa individuare vie di uscita attraverso le leggi ma anche oltre la legge.

I compiti dello sviluppo adolescenziale si possono riassumere in una doppia separazione, dall’infanzia e dai genitori, per poter intraprendere un doppio, lungo viaggio, verso l’identità personale e verso l’identificazione sociale, in un tempo storico caratterizzato da una caduta generalizzata di futuro e di speranza. Una bella sfida! Il luogo delle fatiche e contraddizioni degli adolescenti è però anche l’ambito in cui è possibile cogliere le risorse e i bisogni veri della loro condizione. L’adolescenza è un’età prodigiosa, tempo di grandi capacità di apprendimento e possibilità di ricevere stimoli che plasmeranno la personalità futura dell’adulto. La cura di questa età è il più intelligente investimento della società (e della chiesa) per il presente e per il futuro.


La mente adolescente

Per capire gli adolescenti bisogna partire della loro mente, conoscendo meglio come funziona, evolve e si trasforma il cervello. L’evoluzione cerebrale non è omogenea: il cervello emozionale, le aree sottocorticali si sviluppano nella prima adolescenza ma la capacità razionale, l’area pre-frontale, matura per ultima. Oggi si ritiene che lo sviluppo mentale si completi solo verso i 25 anni. I centri nervosi pre-frontali permettono di essere responsabili delle proprie azioni e di formulare intenzioni consapevoli. Calibrano i rischi, controllano gli impulsi, formano i giudizi. Nell’età evolutiva, i cambiamenti non sono quindi sincronizzati. La maturazione sociale non è in linea con lo sviluppo fisiologico e mentale. Ciò che per l’adulto è normale e abituale, per l’adolescente è confuso e insolito. L’adolescente è attraversato da una precocità pulsionale a cui non è preparato. È capace del meglio di sé ma anche del peggio. È come una grande orchestra senza direttore, un’auto senza freni. La capacità di mettersi nei panni dell’altro (l’empatia) è il dono straordinario dei Neuroni Specchio, ma questi richiedono un lungo percorso di maturazione. Questa sfasatura fa della bell’età un tempo di rischio e anche di tormento. L’adolescente vive l’incontenibile forza della natura e ha difficoltà a gestire i suoi impulsi. È sempre tentato di comportamenti pericolosi: guida spericolata, sessualità precoce, abuso di droghe. I nuovi ragazzi sono creativi e sensibili ma hanno una bassa consapevolezza di sé, sono attratti dalle novità ma senza calcolarne le conseguenze. L’adolescente è una macchina potente ma ha bisogno di un istruttore. Non dispone più, invece, di un costume sociale di sostegno. La società non protegge dai rischi, anzi li mette in conto, li considera il prezzo da pagare per il “progresso”. Gli adolescenti entrano in contatto con partner sessuali con rapidità e facilità. Non c’è più un costume affettivo: tutto è lasciato all’autonomia personale. Si è molto studiato ultimamente il ruolo della dopamina, come sistema di ricompensa: modificare artificialmente il proprio stato mentale oggi è una tentazione diffusa. La società è ormai rassegnata al successo delle droghe, pur conoscendone i danni, in un momento dove ciò che serve di più è l’intelligenza lucida e creativa dei giovani.

L’adolescente ha tuttavia le sue risorse: la sua mente è fortemente predisposta a imparare. È curioso, aperto alle novità, appassionato alla vita, nonostante gli sbalzi di umore e gli inevitabili momenti depressivi. Da adolescenti si comincia a considerare la realtà con schemi concettuali: emergono gli interrogativi sulla vita e morte, sul senso e sullo scopo dell’essere al mondo. Nessun periodo evolutivo è tanto fecondo quanto l’adolescenza: ciò che si semina in questo periodo rimarrà.


Ci vogliono le leggi

L’adolescente ha bisogno di riferimenti dentro e fuori la famiglia; ha bisogno di guida e direzione, anche quando sostiene l’opposto. Per maturare ci vuole il senso della vulnerabilità, che insegna a misurare il rischio e anticipare le conseguenze. Gli adulti che si rassegnano (“Aspettiamo che maturi…”) condannano l’adolescente all’abbandono. È irresponsabile rinunciare a porre regole. Sono esse che aiutano il passaggio dal “faccio solo ciò che mi piace” (l’amigdala) al “faccio ciò che devo” (l’area prefrontale). Questo passaggio deve essere guidato.

La sociologia del diritto ci ha insegnato il significato e il valore delle leggi civili. Esse possono contribuire a creare stili di vita, aiutano la formazione della mente (che è il cervello modellato nella società). La sussistenza personale si regge, infatti, sulle relazioni.

Le leggi tuttavia presuppongono l’autorità (“ciò che fa crescere”). C’è un grande vuoto di credibilità: i riferimenti e i modelli valoriali si sono indeboliti. Se espresso con rispetto (onorare le differenze, non allontanare il diverso, favorire il legame) e gentilezza (mostrare riguardo e sostegno per le reciproche fragilità) tutto può diventare motivo di dialogo. Gli adulti invece appaiono spesso stressati e sovraccarichi, l’esercizio della loro autorità è incostante e a tratti sproporzionato. Il loro ruolo è sostituito facilmente da influenze esterne (il potere dei social). La famiglia è stata scombussolata da diffusi cambiamenti nella struttura e nei modelli. Anche i ruoli di genere sono messi in discussione.


Ci vuole la famiglia

Le leggi non potranno mai riempire il vuoto lasciato dalla genitorialità. Lo stato deve invece riconoscere e sostenere innanzitutto il compito educativo della famiglia. Le grandi trasformazioni sociali hanno creato le condizioni per una nuova domanda di qualificazione della genitorialità. Non si può essere genitori come prima. È cambiato il mondo. Non si può più pensare di fare genitori senza formazione. Tutto è diventato complesso.

Nell’attuale società non è previsto che la famiglia abbia un’identità collettiva. Non si tratta di ritornare alle condizioni del passato “villaggio” che la società pluralista e complessa ha dissolto. È possibile però individuare linee educative comuni nel libero dibattito e nel rispetto della pluralità delle situazioni. La genitorialità riuscita, man mano che i figli raggiungono l’autonomia, tende a trasformare la capacità generativa in creatività sociale. Nelle comunità (parrocchia, scuola, sport) e sul territorio, i genitori organizzati possono realizzare azioni sociali impegnative come scuole dei genitori, costituenti educative, spazi di genitorialità condivisa. Siamo insieme nel viaggio della vita, è innaturale l’isolamento attuale delle famiglie. Insieme si possono esplorare nuove possibilità, non limitarsi a inibire gli impulsi (le leggi) ma lavorare sulle emozioni e sui valori (l’educazione). Si può reinventare qualche rito di passaggio, stimolare la voglia di sperimentare soluzioni di autoefficacia (ogni ragazzo dovrebbe avere almeno un aspetto della vita in cui percepirsi riuscito), favorire la formazione di legami con adulti diversi dai genitori (l’Estate Ragazzi è un’occasione rivelatrice). L’entusiasmo e l’ingegno degli adolescenti possono contribuire a trovare soluzioni nuove a problemi globali seri. Umanità e pianeta hanno urgente bisogno di cura: servirebbe molto la sinergia tra la creatività dei giovani e la razionalità degli adulti. Neuroscienze e pedagogia offrono oggi indicazioni pratiche e ragionate: cura del corpo (sonno, nutrizione, movimento), cura della mente (graduale integrazione delle tecnologie: non più di un’ora e mezza al giorno), cura dello spirito (riflessione, silenzio, lettura), nessun compromesso con alcol e droghe. Il resto lo aggiunge l’esperienza: i contatti non possono sostituire le amicizie, il virtuale non può rimpiazzare il reale, aiutando gli altri si diventa più felici e si migliora la salute. C’è molto da fare ma è possibile farlo.


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Per arginare la crisi di senso. Smottamenti e generatività Leonardo Becchetti domenica 10 settembre 2023


Quando eravamo piccoli, le ferie si chiamavano villeggiatura, e non a caso. Statisticamente, dal 1965 a oggi il numero medio di giorni di ferie degli italiani si è dimezzato. Ma non solo questo è cambiato come purtroppo insegnano le punte estreme delle cronache di delitti e di degrado, non ultima quella di Caivano. Se facessimo la foto di una parte considerevole del nostro Paese e la affiancassimo ai dati, la troveremmo impoverita, incattivita e depressa. Abbiamo ormai statistiche solide per comprendere le cause di questo malessere. Come italiani, siamo vittime di due smottamenti. Il primo è quello della classe media, che precipita in basso (se non sempre in senso assoluto, almeno in senso relativo), con il conseguente aumento delle diseguaglianze di reddito. Non solo perché il nostro Paese ha fatto fatica a contrastare gli effetti della globalizzazione dei mercati che hanno spostato la produzione nelle nazioni a basso reddito, ottenendovi risultati straordinari, come la quasi scomparsa della povertà assoluta in Cina e il progresso economico di un intero continente, India inclusa.


Fenomeni giganteschi che ci portano in un mondo necessariamente multipolare dove i Brics si allargano e contano come i Paesi occidentali ad alto reddito ed è illusorio nutrire nostalgie di supremazia. Il secondo smottamento, in parte collegato, è più profondo e riguarda il senso del vivere. Le scienze sociali evidenziano con sempre maggiore chiarezza che siamo cercatori di senso, e il senso dell’esistere si fonda su tre elementi fondamentali: un lavoro generativo che sentiamo utile, l’investimento nelle relazioni dove esiste una metrica molto semplice (più dai e più ricevi), la risposta alla nostra domanda di senso in una fede religiosa o in un grande ideale. Sono cose apparentemente semplici, beni comuni profondi radicati nel sentire delle passate generazioni, ma che sembrano diventate impraticabili nella nostra cultura e nel nostro sistema economico.


Persino nella nostra civiltà, se una recente indagine nel Regno Unito afferma che quasi un terzo degli abitanti di Londra dichiara di fare un lavoro inutile o dannoso e di non avere la possibilità di cambiare. L’esito inevitabile di questi due smottamenti è la crisi demografica, perché in situazioni economiche difficili e in povertà di senso del vivere vengono meno le due condizioni essenziali per costruire progetti di affetti e di famiglia.


I due smottamenti ne producono un terzo, per altro, che è l’imbarbarimento del nostro dialogo civile. Il rancore e la povertà di senso minano poi profondamente la fiducia nelle istituzioni e nella comunità scientifica, generando disaffezione verso la politica fino ai fenomeni del complottismo. Il primo passo per curare la malattia è la consapevolezza. In qualche modo, le forze politiche avvertono il problema e provano a curare questo malessere confrontandosi con idee molto diverse sulle tasse sugli extraprofitti delle banche, salario minimo e misure contro la povertà. Se vogliamo ricostruire quel bene comune del senso del vivere (con sintesi nuove, perché non si tratta di ritornare al passato) la risposta però deve essere più profonda, e partire da un modo nuovo di concepire l’economia e la società.


Le dimensioni del senso e della generatività devono diventare centrali favorendo modelli di lavoro e d’impresa che guardano all’impatto assieme al profitto, usando indicatori di ben-vivere multidimensionale che orientino la rotta delle nostre società nella direzione giusta e soprattutto adottando un atteggiamento contributivo e non estrattivo. Una società di rancorose monadi da tastiera che esalta e getta nella polvere i leader perché si aspetta tutto da loro non può funzionare e deve trasformarsi in una comunità di cittadinanza attiva, partecipazione e azione dal basso che costruiscono capitale sociale e la linfa della democrazia. Dobbiamo tornare tutti a investire nelle relazioni scegliendo la responsabilità e la cura (non solo nell’ambito familiare) come nel modello delle comunità educanti che possono e devono contrastare il degrado e la delinquenza minorile assieme a norme più severe con le quali i sedicenni sono chiamati ad assumersi le responsabilità dei loro gesti. I territori rinascono e fioriscono quando i loro abitanti non si chiedono solo quante risorse possono ottenere dalle amministrazioni ma si domandano che cosa possono fare individualmente e in forma organizzata per contribuire al benessere del proprio Paese.


Parliamo di qualcosa che già esiste. Buone pratiche e comunità d’innovazione sociale hanno fatto crescere la cooperazione di ogni genere e tipo, il mondo della finanza etica e del commercio solidale, i processi di amministrazione condivisa e di co-progettazione, le comunità educanti e le esperienze di giustizia riparativa, solo per fare alcuni esempi. La natura di una situazione così complessa come quella che abbiamo descritto è tale che è illusorio pensare di poterla risolvere con una sola misura, una sola mossa. Comprendendone però le caratteristiche generali possiamo avviare un percorso di rinascita che tenga assieme le diverse dimensioni. Non mancheranno nella stagione che ci aspetta le occasioni e i modi per farlo.

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